11/12/07

IN POCHI CI HANNO ASCOLTATE, TRA I POCHI QUALCUNO SI E' COMMOSSO



Parma 7/12/07
Alla Festa Sociale della cooperativa Pro.ges Annalisa Pelacci ha letto alcuni brani tratti da Bondville, io li ho commentati così:


-Chi parla è David Longari che, come avrete capito, dovrebbe essere, almeno così gli dicono e così sta scritto sui libri di sua mamma, un ritardato mentale.
È lui stesso a darsi dello stupido, il suo amico Gerry gliene dice di peggio, la vicina di casa lo insulta e i suoi genitori accettano la diagnosi che sta scritta sui libri.
Nella sua ricerca di definizioni su chi è, nell’attenzione che pone a ciò che gli dicono, nella lunga lista di nomi che srotola: oligofrenici, handicappati, ritardati, autistici, menomati, mongoloidi, spastici, microcefali, nani, storpi, dementi, down, borderline, ebeti o schizzofrenici, si capisce che David non sa chi è e vorrebbe saperlo.
David è la somma di ciò che gli dicono, è ciò che dimostra, che crede e che si sente di essere, a volte è quello che vorrebbe e forse anche quello che non sa di essere.
Ma non siamo tutti quanti noi che la somma imperfetta di tante vaghe supposizioni?
E gli addendi di questa complicata addizione sono variabili, a volte in netto contrasto tra loro, il risultato è sempre soggetto a errori di calcolo.
Possiamo dire che non siamo niente di certo, niente di definitivo.
Non siamo niente.
Se poi guardiamo le nostre abilità, se pensiamo di essere ciò che sappiamo fare e ciò che possiamo fare, la situazione si complica, siamo ancora più incerti, più indecisi, più insicuri, più variabili.
Un dato certo è che siamo tutti diversi: tutti diversamente abili. A volte, addirittura, nullabili.
Nel viaggio alla ricerca della mamma scomparsa di Gerry il Bastardo, David non scopre chi è, ovviamente, ma sfida di continuo il risultato di quell’addizione che dovrebbe rivelargli la sua identità. Scompone gli addendi, ne toglie, ne aggiunge, li cambia, ne incontra di nuovi. Ciò che scopre è che il risultato cambia ogni volta, non è mai lo stesso.

-Un po’ per caso, un po’ per necessità, David si trova, durante il viaggio, ad occuparsi di una bambina che non vede, non cammina da sola e non parla, fa solo 'oh!'. È la Zozza, una bambina del girone basso di Bondville dove stanno i poveri, gli sfortunati, gli immorali…

“Non diedi ascolto a Gerry quando disse che era cieca come un tombino, non lo guardai nemmeno, mi girai dall'altra parte e le rifeci le trecce con cura perché i capelli non le coprissero gli occhi e potesse continuare a guardarmi come se mi vedesse per davvero”

-E’ in questo passaggio del libro, che io trovo sempre molto commovente, che David fa quello che noi educatori facciamo o, meglio, tentiamo di fare ogni giorno. Dimentica tutto quello che sa e che gli hanno detto: che i ciechi non vedono, che i ritardati non capiscono: guarda e si lascia guardare, ed è guardando che sperimenta una bellezza diversa, riservata solo a chi è in grado di vederla e se ne innamora.
La fatica è tanta, da entrambe le parti, perché così dev’essere in una relazione reciproca, tra pari.
È difficile per David afferrare lo sguardo, apparentemente vuoto, di una bambina cieca e strabica, ed è faticoso, parrebbe impossibile, per una bambina che non vede, ricomporre il suo strabismo e guardare chi le sta davanti: difficile riconoscerlo.
Ma quando ciò avviene, quando ci regaliamo vicendevolmente la dignità, l'umanità, quando comunichiamo, il nostro lavoro di educatori e di educatrici è compiuto: i bambini possono sperare di raggiungere l’Osario, quel luogo agognato, illusorio, inesistente, che è comunque una promessa.
Il nostro lavoro è costruire ponti tra le diversità umane, sfidare l’impossibile, creare contesti di fiducia dove poter vivere meglio e sentirci tutti un po’ meno inadeguati, che è la grande frustrazione di David Longari.
È un lavoro duro, il nostro. È un lavoro non riconosciuto, sottopagato. Siamo un po’ eroi, un po’ sfigati. Dipende da come ci guardiamo, dipende da chi ci guarda, dipende dalla nostra visione del mondo.
E, a volte, per spirito di sopravvivenza, dobbiamo anche saperci arrendere. A volte non possiamo far altro che lasciare che le cose vadano come devono andare, confidando nella buona sorte, come ci insegna il piccolo David.