23/03/08

LETTERA dall'INDIA


Bodh Gaya e' un ridente paesino della pianura gangetica. Varanasi e il Gange sono a tre-quattro ore di treno a sud; Calcutta e' a sei-settecento km a est. Qui e' pianura arida e polverosa, salgono le temperature, ma c'e' acqua poco sotto la superficie del terreno. Invece non c'e' molta corrente elettrica: manca spesso, e senza ventilatori, senza poter attaccare piastrina antizanzare, senza acqua calda per lavare i panni sudati, diventa un po' antipatica la quotidianita' A motivarmi e a rendere meno relativamente importanti questi problemini sono le storie che ogni giorno vivo e che i miei conoscenti raccontano.
Clark oggi e' partito per l'Australia. Tornera' quando io saro' ripartito da poco. Ci siamo incontrati in queste due settimane a pranzo e a cena: le chiacchiere con lui sono state piacevoli e importanti per dare senso a cio' in cui sono immerso (ma non per questo facilmente comprensibile). Il monastero buddista thai che lo ospita, ha deciso di chiudere la sua classe per farne un dormitorio. E gli ha anche chiesto di spostarsi in una stanza piu' piccola. Sono buddisti e non ti possono cacciare, ma ti sfrattano gentilmente. E poi la storia del dormitorio: e'chiaro che sono piu' interessati a far soldi coi turisti religiosi che a fare qualcosa per la gente di qui. Speravo che i buddisti si comportassero diversamente. Considerando anche l'assenza quasi totale di impegno civico da parte degli altri monasteri, mi pare che:
-- gli insegnamenti del Buddha sono importanti e vale la pena rifletterci su;
-- le organizzazioni religiose si vorrebbero depositarie di quel sapere, ma assumono atteggiamenti contraddittori rispetto a quegli insegnamenti e si preoccupano molto attivamente della riproduzione del loro potere economico.

A cena ho incontrato sempre due accoliti di Clark: Chacko e Pillai. E' Clark che paga. Portarli a cena da' continuita' al suo progetto almeno fino a quando trovera' una soluzione per la sua classe che conta almeno venticinque studenti (tutti poveri, per i ricchi c'e' possibilita' di private coaching). Chacko ha 18 anni, simpatico e dopo due anni con Clark ha un inglese fluente e tanta voglia di imparare. Ha una marcia in piu'. E' iscritto all'universita' di Gaya. Peccato che non ci siano lezioni da frequentare perche' gli insegnanti non le tengono. Gli esami si fanno a fatica perche' cambiano le date continuamente, slittando anche di sei mesi. Le istituzioni scolastiche primarie, secondarie e le università statali in india fanno cagare.
Pillai ha forse 16 anni, molti qui non vengono registrati. E' difficile capirlo per me. Certo per il suo inglese ciancicato ma non solo. Cinque anni fa sua madre, con un'altra figlia e un figlio, lo ha dovuto mettere alla porta. Il padre e' demente e quando il capofamiglia non ci sta e' un disastro. La moglie non puo' avere un ruolo sociale pubblico e, se lo avesse la figlia, il suo matrimonio, se mai ci sara', sarebbe compromesso per sempre. E cosi' lo hanno mandato dal fuffa, marito della sorella del padre. Ma lo trattano da servo: badare alla mucca, andare al mertcato... Pochissimo cibo e nessun affetto.
Il fratello di Pillai e' Roy, forse dodici anni, praticamente analfabeta. Lo abbiamo incontrato a Gaya e accompagnato a Barbata, dove c'e' una scuola gestita da una piccola ong italiana. Carinissima la scuola. Per alcuni studenti c'e' la possibilita' di vivere nell'ostello. Tutte le spese della scuola sono a carico della scuola stessa. Io paghero' solo il vitto e l'alloggio per i prossimi anni sempre che Roy si trovi bene. Hanno aule specifiche per l'inglese, geografia, storia... E una costante guida a cercare in se stessi, senza affidarsi ciecamente e solamente agli adulti o alle divinita', per quanto ogni fede viene accettata.

Casualmente ho conosciuto Jivanlal, un ragazzo di 25 anni che nella scuola di Barbata ha studiato per una decina d'anni: fa l'operaio in una compagnia telefonica e, ora, mentre deve aspettare che paghino loro un lavoro appena terminato, viene ogni giorno nel negozio di un venditore di sete. Dice che nella scuola ha imparato tra l'altro che e' meglio conoscere a fondo due o tre mestieri per poter contare sempre sulle proprie risorse nel caso il proprio lavoro principale venga a mancare. Mi dice: qui tra i locali nessuno sa niente di meditazione, yoga, ayurveda perche' studiare e' fatica. E qui a 30-40 diventano tutti pigri. Lo yoga e la meditazione vengono invece insegnati in questa scuola (ma non nelle altre) da insegnanti tutti locali, che non fan altro che attingere al patrimonio culturale indiano.

Ma parliamo di feste. Tra tre giorni tutto chiude per il finesettimana. E' Holi, uno dei festival Hindu piu' importanti dell'anno che culmina con la luna piena. Festa antichissima di sovvertimento delle posizioni sociali: canti, frizzi, ingiurie, e fuochi dove viene bruciato il male, tra l'altro una demonessa di nome Holika. Un'altra demonessa, della quale si celebra la morte a Holi, si
chiama Putana. Anche detta Festa dei coflori: polveri colorate sciolte nell'acqua e poi lanciate contro i passanti. Secondo alcuni il rosso sta per il sangue e il giallo per l'urina. Infatti un tempo i passanti venivano imbrattati con fango e merda. Preferisco di gran lunga le metafore colorate.


Ovviamente ci sono le mucche-mangia-carta, capre oziose lungo le strade, e un finto beduino che millanta di incantare con le sue note musicali dei serprenti che sono in realta' gia' istupiditi dalle droghe.

La moda vuole i Bihari fasciati in camicie attillate e jeans scoloriti. Belli, alti molto poco, contenuti. Magri, davvero molto magri. Sorrisi incantevoli.

In conclusione: le donne mi evitano, gli uomini mi sorridono. Cosi' vuole la tradizione. E cosi' sia.
FAGOO

foto Barbara Gussoni

20/03/08

le ragioni di Cinika per vedere un film-You the living di Roy Andersson


Sono andata a vedere questo film senza leggerne niente prima, mi ricordavo solo che era un film scandinavo, se questo può aiutare a qualcosa. Se penso a "Il posto delle fragole" e a "Kopps" non vi trovo nessuna caratteristica comune se non che sono stati entrambi diretti da un regista svedese.

Sì, insomma sto prendendo tempo, perché questo film è uno strano oggetto, non è un film a episodi, piuttosto un susseguirsi di tableaux vivants che ci raccontano con toni un po’ grotteschi episodi di vita in un'anonima città dai colori smorzati.
All'uscita del cinema ero molto orgogliosa di aver trovato questa bella definizione di tableaux vivants, ma una scorsa al volantino delle recensioni è bastata a ridimensionarmi: qualcuno ci era arrivato ben prima di me.
Ora torniamo al film, il fatto è che i film un po’ surreali o grotteschi non fanno per me. Anche se mi sembrano interessanti, arguti, geniali….sono per me irritanti come una foglia d'ortica. E poiché rivendico sempre e comunque l'approccio emozionale al cinema, va da sé che questi film non mi prendono il cuore.

Ma ciò non toglie che stavolta non mi sono chiesta se sarebbe stato meglio stare a casa a guardare il Dr House.
No, perché questo film va comunque visto per l'originalità dello sguardo e della composizione. Potremmo davvero leggere i vari quadri, nei quali a volte traslano o riappaiono i personaggi, come fossero le illustrazioni di un libro, che fotografano alcuni episodi, mentre lo svolgersi della trama rimane sullo sfondo.
Se il tono è alleggerito dall'accompagnamento musicale di una banda di ottoni, se si ride qua e là per la surrealità delle situazioni è per nascondere lo sconcerto che ci provoca vedere apparire le svastiche nascoste sotto la tovaglia di una tavola imbandita o il disagio di assistere ad una scena di sesso in cui si parla di fondi pensionistici.
E' un film ricco, una sorta di terapia di gruppo, all'uscita dalla quale ognuno racconterà le sue sensazioni.
Ed ecco perché è anche un film che va visto al cinema, da soli davanti alla TV non sapremmo ridere, lo prenderemmo troppo sul serio e non sapremmo con chi condividere la nostra "geniale" interpretazione.
Il cinema al cinema, sempre!

A questo indirizzo ho trovato un’intervista al regista
http://www.mymovies.it/cinemanews/2007/2650/
a presto, CINIKA

LA SFIDA: aiutateci a ritrovare tutti i titoli di film a microepisodi. Noi iniziamo con “America Oggi”.

14/03/08

le ragioni di Cinika per vedere un film-L'abbuffata di Mimmo Calopresti


Beh, lo ammetto, non avevo molta voglia di andare a vedere questo film, per me ultimamente andare a vedere i film italiani è come uscire a cena con un collega gentile ma un po’ noiosetto.
Alla fine della proiezione mi sono chiesta se non sarebbe stato meglio stare a casa a guardare due puntate del Dr House, ma poi mi sono ripresa e mi sono ricordata di quanto comunque mi piaccia vedere i film sul grande schermo. L'ambiente è certo più grande del salotto di casa e ci sono molte persone intorno, ma non conosco modo più intimo di avvicinarsi ad un film come la sala buia di un cinema. Il grande schermo incolla il tuo corpo alla poltroncina, ma il resto, mente, cuore, anima o quello che è o credete, vaga nel mondo e nel tempo del film che stai guardando….beh, almeno fino a quando il telefono cellulare del tuo vicino non squilla. Ma questo è un altro argomento….
Certo, mentre guardavo L'abbuffata vagavo un po’ altrove e mentre tentavo di cercare una posizione più comoda mi chiedevo quanto mancava alla fine.
Il troppo stroppia, questo il mio motto all'uscita del film. Calopresti voleva raccontarci dell'amore per la sua terra e per il cinema, ma senza sapere bene come.
Però mi pare anche riduttivo, perciò ecco una o due ragioni per andare a vedere questo film:
1) Per prima cosa è un film che parla di cinema, della voglia di fare cinema, che accompagna con affetto e forse un po’ di nostalgia i 3 giovani protagonisti alle prese con il loro primo cortometraggio.
2) Secondo, ci sono attori per cui può sempre valere la pena di andare al cinema, anche se interpretano se stessi con neanche troppa convinzione. Ora si dà il caso che in questo film ci sia Gerard Dépardieu e temo di non sapere resistere ad un film con Gerard. Se fossi un uomo non mi perderei nemmeno un film con Donatella Finocchiaro, che anche qui è intensa e bella più di mille pompate brunette televisive.
3) Terzo è un film girato a Diamante in Calabria. Ma quanto è bella e cinematografica ‘sta Calabria, peccato per il "folklore" nella rappresentazione.
4) Infine c'è la colonna sonora tutta Cammariere, ma un Cammariere molto più spumeggiante del solito.

Per restare in tema:
Tralasciando i titoli illustri, consiglio di recuperare il divertente "LADRI DI CINEMA", film del 1994 di Piero Natoli.
A presto,
CINIKA

LA SFIDA: aiutateci a ritrovare tutti i titoli di film in cui il cinema racconta se stesso. Noi iniziamo con “Effetto notte”.

25/02/08

diario 25/02/08-i feel so transigente...


TRANSAMERICA(2005)
un film di Duncan Tucker



Vi ricordate PRISCILLA LA REGINA DEL DESERTO (1994) di Stephan Elliott? Il maturo transessuale Bernadette? Transamerica me lo ha ricordato. Un altro viaggio, un’altra bella signora che avrei voluto conoscere e avere come amica, consigliera, compagna di avventura, la vorrei come zia, come mamma, come sorella maggiore… o almeno come vicina di casa per prenderci un caffè ogni tanto, fare due chiacchiere. Un nome sta dentro l’altro. Lei si chiama Bree, splendidamente interpretata da Felicity Huffman.
Non ho mai amato il colore rosa, i vestiti rosa, le gonne frufrù, i foulard al vento, i tacchi alti per viaggiare, lo smalto sulle unghie che appena si rovina da’ quel senso di trasandatezza che è l’esatto contrario di quel che avevi in mente quando te lo sei messa. Non ho mai cercato un bagno per signore all’aria aperta, l’ho sempre fatta dove capitava. Come un uomo.
Transamerica e altre storie di donne che erano nate maschi, (il libro ‘TRA LE ROSE E LE VIOLE’ di Porpora Marcasciano, ad esempio) sembrano, stranamente, le uniche capaci di riconciliarmi con la cosiddetta ‘femminilità’.
Ma che cos’è esattamente?
Una volta ho provato a dare una risposta.
"Per me, essere donna significa amare gli uomini!"
Solo che, stupidamente, l'ho detto a un mio amico omosessuale! Ci siamo guardati e abbiamo riso molto ma credo che in fondo ci siamo capiti... e magari fosse sempre così facile.. capirsi...

26/01/08

AVREI PREFERITO NON AVERE BISOGNO DI VOI!

LA LETTERA DI UNA MAMMA CHE CHIEDE L’APPLICAZIONE DELLA LEGGE 104 PER LA FIGLIA CHE NON HA VOGLIA DI STUDIARE!!

Il 19 novembre 2007, mi sono presentata con mia figlia di 11 anni davanti alla commissione che valuta l’idoneità all’applicazione della legge 104, presso l’Usl di via Vasari, a Parma.
Mia figlia frequenta la prima media e, a scuola, ha l’appoggio di due insegnanti di sostegno. La sua diagnosi parla di lieve ritardo cognitivo nell’apprendimento, di disturbo del coordinamento motorio e disturbo relazionale. Una situazione che potrebbe evolversi in modo problematico se fosse trascurata e, perciò, è costantemente monitorata dal servizio di neuropsichiatria infantile.
Premetto questo perché sia chiaro che non stiamo giocando, il futuro di mia figlia, purtroppo, è realmente compromesso.
È stata la neuropsichiatra Annalisa Poletti che mi ha rilasciato la documentazione sullo stato di salute di mia figlia ed è stato su suo invito e con una lettera della pediatra che mi sono presentata davanti alla commissione. Non ci sarei andata altrimenti. Non è un posto dove si va volentieri. Non è il posto dove si vorrebbe portare la propria figlia. Avrei preferito portarla al cinema, o a una festa di compleanno, avrei preferito andare a fare una scampagnata quel giorno ma… è successo che io sia dovuta andare lì.

C’erano sei o sette persone, compreso un segretario, di fronte a noi. Alcune di loro hanno rivolto delle domande a mia figlia, altri a me. Un personaggio (lo chiamo così, non saprei in che altro modo chiamarlo, non conosco nemmeno il suo nome) mi ha chiesto: ”Come mai non ve ne siete accorti prima? In casa non avete visto niente? Dovevate aspettare la quarta elementare per capire che c’erano dei problemi?” Aveva un tono arrogante e provocatorio, dei modi da maleducato e, dopo aver dato un’occhiata ai risultati dei test a cui era stata sottoposta mia figlia, ha concluso: ”Tutto sommato non ha dei punteggi tanto bassi, una volta quelli così li chiamavano quelli che non hanno voglia di studiare!”

La risposta per l’idoneità all’applicazione della legge 104 arriva entro 90 giorni dal colloquio, mi chiedo se arriveranno anche delle risposte a queste domande:
-E’ questa la gente che dovrebbe aiutarci, capirci e sostenerci in una situazione difficile e dolorosa?
-Queste persone che, sedute dall'altra parte del tavolo, ci fanno delle domande e ci giudicano, sono pagate coi soldi dei cittadini? I cittadini che li pagano sono contenti del loro operato?
-Se i membri della commissione devono valutare me e mia figlia, loro invece da chi sono valutati?
-La comprensione non dovrebbe essere un requisito necessario a chi fa questo delicato lavoro?
-Esiste un test che valuta il grado di umanità di chi ci giudica?


Lettera firmata

20/01/08

LA SCRITTURA COME STRUMENTO DI RESILIENZA

UNA LETTERA DI ANDREA FRANCESCO CANEVARO


Cara Barbara,
ho letto Bondville con molto interesse. Devo dirti che solitamente non amo il genere dei racconti simbolici/allegorici (non so se utlizzo le parole giuste...), e che sono un lettore più di saggistica che di narrativa. Ma il tuo libro mi intriga, e 'la chiave di lettura che mi hai indicato' (mie parole) (…) mi conferma che la scrittura possa essere funzionale (una funzionalità non totale, e che coesiste con molto altro...) al lavoro educativo. Che ha bisogno di spazio e di tempo. La scrittura, e il mondo creato da te come scrittrice, come strumento di resilienza.

Il termine "resilienza" è poco noto. Può quindi sorprendere qualcuno il venire a sapere che esso appartiene a un linguaggio tecnico relativo ai materiali dell'edilizia. In particolare la resilienza consiste nella capacità che ha un certo materiale di riprendere la sua forma avendo subito delle deformazioni, essendo stato schiacciato o comunque avendo perso la sua forma originaria. Trasportato nell'educazione, in particolare ripreso per indicare una delle qualità possibili di chi cresce, ci permette di capire quanto bambine e bambini che abbiano subito delle profonde deformazioni, anche per la violenza delle situazioni in cui hanno vissuto, possono riprendere la loro struttura. Come per i materiali nell'edilizia un elemento fondamentale è poter avere dello spazio. Se la compressione viene continuamente esercitata è difficile poter mostrare una capacità di resilienza. Bambine e bambini possono essere soffocati anche dalle attenzioni e non poter mostrare questa capacità di resilienza. Ma noi proponiamo di riflettere sull'attitudine e sull'impegno ad educarci alla resilienza, cioè a considerare che questa possibilità non è un dato meccanico ma ha bisogno di un'intenzionalità.Come tutto ciò che è educazione anche in questo caso la dimensione intenzionale è fondamentale. Noi riteniamo che questa considerazione non sia unicamente valida per bambine e bambini che hanno vissuto, o che stanno vivendo, delle situazioni drammatiche così forti come quelle dei paesi che chiamiamo, per semplificare, lontani. E' utile pensare che anche in quelle che potremmo tranquillamente dire essere le condizioni normali di chi cresce nel nostro paese, in altri paesi d'Europa, nei paesi del benessere, vi è la necessità di educare alla resilienza.La resilienza è una dinamica un pò chiara e un pò misteriosa. E' spazio, per rimbalzare. Una palla chiusa in una scatola come può rimbalzare? Lo spazio può essere creato da una scrittura che "apre". Non "apre a...". Spazio per rimbalzare. Non dico questo perché siamo come palle che rimbalzano. Ma l'immagine è valida: UN SENTIMENTO CHE VIENE CHIUSO IN NOI, INACIDISCE. E credo che sia una logica che ha qualche analogia con il percorso dell'analisi. Ma questo lo sai meglio tu...
Un abbraccio
Andrea

foto Barbara Gussoni

19/01/08

diario 19/1/07- tutte pazze per Irina Palm

Irina Palm, regia di Sam Garbarski con Marianne Faithfull, Miki Manojlovic, Kevin Bishop, Siobhan Hewlett, Dorka Gryllus

Ho visto Irina Palm con le mie amiche e ci è piaciuto. Siamo uscite dal cinema tutte gasate e ridanciane..
La mattina dopo ho accompagnato mio padre a una visita al consultorio per problemi cognitivi. Mi sono guardata intorno e ho fatto delle riflessioni che non c’entrano molto col film… ma un po’ c’entrano...
Ho pensato che i vecchi sembrano sempre stati vecchi. Che ci piace vederli così, altrimenti dovremmo pensare che il tempo passa e che anche noi diventeremo vecchi ma preferiamo vivere pensando che a un certo punto il tempo si fermerà. E magari fosse oggi!
Purtroppo, non è così. Diventeremo vecchi e diventeremo vecchie, a meno di morire prima.
Possiamo solo chiederci che vecchi e che vecchie saremo, che vecchi e che vecchie vorremmo essere.
Non trovo nessuno a cui vorrei assomigliare. E voi?
Ci sono Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Marguèrite Duras e Simone de Beauvoir quando erano vive, Alda Merini perché è Alda Merini e non ha età, Claudia Cardinale perché non si è mai rifatta e ora…Irina Palm!
Le intellettuali invecchiano meglio, sono sempre state più vecchie, pensierose, senza glamour…ma non Irina Palm, che è una donna comune, una nonna.
Quello che mi preme sapere è: a che età diventeremo vecchie, se da vecchie saremo ancora amate, fin quando potremo considerarci amabili, chi si prenderà cura di noi da vecchie e se i vecchi e le vecchie si amano tra loro.

Mia madre ha 67 anni, mio padre 73. Quando mia madre dice a mio padre: ‘Ci penseremo quando saremo vecchi…’, io la adoro.
Mia zia ha 89 anni, si occupa da sola della casa e di mio zio ultranovantenne. Se le consigliamo di farsi aiutare da qualcuno, lei risponde:" Mi farò aiutare quando sarò vecchia!"
Tutto ciò mi fa ben sperare...

14/01/08

IL DIARIO DEI DIVERSI

UNA LETTERA DI PAOLO 'KIODO' ASTOLFI, O.S.S.

Alda Merini, foto di Barbara Gussoni

Nel titolo un chiaro omaggio ad Alda Merini, poetessa che mi hai insegnato ad amare e che in qualche modo mi è venuta in mente leggendo il tuo libro. Mi ha ricordato che i diversi sono solo una nostra invenzione dettata solo dalla sfocata percezione della ragione che c’impedisce di vedere la stupenda imperfezione che solo l’unicità ci sa regalare.
Bondville è molto bello, un carosello di personaggi che da subito impariamo ad amare inseriti in un mondo sempre in bilico tra fiaba e realtà. La cosa che più mi ha stupito è stata la tua capacità di immedesimarti nei tuoi personaggi sino a renderli molto credibili, tanto che finendo il libro ho avuto la netta sensazione che avrei sentito la loro mancanza.
Immancabilmente anche leggendo questo libro una musica mi ha accompagnato fedelmente, Koln Concert, del pianista americano Keith Jarrett (il link per ascoltarlo è nei commenti) forse perché, come lui, anche i bimbi del libro improvvisano, non pianificano e, se lo fanno, il risultato è sempre imprevedibile e sorprendente.
Hai saputo restituire dignità ai diversi e di questo siamo felici, senza peraltro dimenticare quelli che non hanno avuto questa fortuna. A questo proposito, allego una lettera dimenticata e mai spedita, in qualche modo censurata, scritta da un “ospite” del manicomio di San Girolamo.

Mi achara Consorte
Rispondo alla tua chara lettra dame tanto gradita mi trovo molto contento nelegere latua letera damè tanto gradita dove sento che state tutti bene. Io sarei imperfetta salute di tornare achasa. Novedo lora e il momento ditornare achasa perabacarvi tutti e bacarvi dichuore. Mi sembra umano diesere distachato davoi dunque prochurate quanto prima divenirmi apigliare eportarmi i panni. Chara chonsorte mirachomando attè e al mio charo fratello Robuamo dunque nonmiabandonate sul fiore di mia vita. che io nonvimai abandonato scuserete se qualche volta vi ofeso chonparole ma il chuore è sempre amoroso chonvoialtri tutti quanti ricevi tanti saluti e baci dal tuo afezionatissimo
Consorte Agapito G.

più saluto Roboamo e sua moglie e più tanti baci al suo bimbo e più ai nostri figli adio a presto

Miero dimentichato didirvi i miei divertimenti il giorno dimeza quaresima ci fecero una festa dabballo a tutti gliamalati e malate è servitori è servitore midiverti molto più chontento restai belvedere due babbini ballare insieme imezo disala soli miparea vedere leontino e Filomena chredi quanto restai chontento più nel vedere diversi signori esignore divertire traiquali vi era il pregatismo dilettole diquesto spedale dunque cerchiamo trannoi cirichompenzare il signore in qualche modo posibile schu serano glierori del pastore
Agapito G.

Lustignano.Salu tate chidomanda di mè


Alda Merini, foto di Barbara Gussoni

...IO SARO' SEMPRE IL TORTO, IL DISTORTO, L'ADUNCO
SONO UNA MERAVIGLIOSA IMPERFEZIONE, COME UNO STUPENDO SBAGLIO DI DIO...
SIMONE CRISTICCHI

13/01/08

diario 13/01/07 - girls

un romanzo di Nic Kelman,
Lain, Fazi Editore

Parlando con le mie amiche ho scoperto che:
-viviamo in un tempo in cui una storia d'amore sembra la cosa più difficile da realizzare,
-un tempo balordo in cui l'amore spaventa gli uomini più della guerra,
-avvolti da una paura oscura, che si prova quando non ci si fida più di sè stessi, quando non si ha più speranza.
-che non ci basta essere libere, forti, colte, moderne, emancipate...vorremmo anche essere amate e costruire storie durature, storie che abbiano un senso,
- invece, ci ritroviamo solo dei Mr Big coi quali fare i conti, degli emotionally unavailable men.

'Girls' è un romanzo americano, scritto da un uomo, che parla di uomini, da un punto di vista maschile, non piace al movimento femminista e finisce così:
"Come abbiamo fatto a diventare tanto abietti?"

A me è piaciuto, ma non so se consigliarvi di non leggerlo per nessun motivo al mondo o di leggerlo a tutti i costi...
Vi deprimerà.

10/01/08

diario 11/01/07- il compleanno

il regalo di Fagoo per il mio compleanno

Fagoo a Marsiglia, mia foto

"Quando son sobrio la Gioia m'è velata e nascosta,
Quando son ebbro, perde ogni coscienza la mente
Ma c'è un momento in mezzo fra sobrietà e ubriachezza
Per quello tutto darei, quello è la vita vera!"

('Omar Khayyam 1050-1126 ca. poeta persiano)

07/01/08

racconti da scaricare 2- i giorni nella città

foto di Barbara Gussoni

Ci sono cose che non sono belle da dire, cose che dovrebbero restare pudiche. Eppure, soprattutto durante l’adolescenza, ho amato molto quegli scrittori e quelle scrittrici che hanno parlato di sé, che hanno avuto il coraggio di raccontare cose talmente intime che non sono usuali da dire e da sentire.
Ero molto sola da ragazzina, è vero, e i libri mi facevano compagnia.
Chi scrive è quasi sempre egoista, vigliacco, insicuro, infedele, depresso, altrimenti non scriverebbe, farebbe dell’altro, vivrebbe.
Per me scrivere è un po’ come piangere, ha la stessa funzione, mi serve a rimettere a posto le cose, a dare ordine al caos, a cercare di dare un senso a ciò che mi succede. A volte, scrivendo piango, e viceversa.

Questo racconto l’ho scritto più di dieci anni dopo essere tornata da Dublino.
C’è stato un momento, nella mia vita, in cui ho dovuto rimettere a posto le cose. Non che ci sia riuscita benissimo, ma i ricordi, in quel periodo, erano talmente reali che mi sembrava di essere stata sbalzata nel passato. Un'occasione per poterlo rivivere, per poterci andare a mettere un po’ di ordine, per trovarci delle cose-delle cose belle anche- che non avevo capito bene, cose che avevo perduto.
È stata una grande opportunità, credo.
In quel periodo, avevo ricominciato sognare in lingua inglese, chiamavo la gente coi nomi degli amici che avevo lasciato in Irlanda e vagavo in un tempo sospeso…
Diciamo che questo racconto ho dovuto scriverlo, che non ho potuto fare altrimenti…

il racconto puoi scaricarlo dai commenti

06/01/08

racconti da scaricare 1- l'anno che la pazzia fu contagiosa

Questo racconto l’ho scritto quando vivevo in campagna con l’uomo che amavo, in mezzo ai campi, in mezzo ai prati, vicino al bosco, poco lontano dallo stagno, in una piccola casa delle fiabe, un po’ diroccata ma viva e piena di cose, piena di amici. Ci stavamo con la nostra gatta Milou e i suoi cuccioli, il nostro cane Botolino e i suoi compagni di latitanza, una pianta di gelsomini che avevamo portato dal mare, che si arrampicava sul muro di sasso e profumava la cucina, una passiflora impazzita che invadeva il giardino…
Chissà perché delle città che ho vissuto non ho dei ricordi così luminosi…
Chissà perché quando tutto potrebbe essere perfetto ci si sente impazzire...
Credo che questo racconto parli del fatto di sentirsi sempre estranei a tutto, anche alla felicità…


‘L’anno che la pazzia fu contagiosa’ è stato segnalato al premio letterario ‘Il mio paese’
-La casa editrice Diabasis l’ha pubblicato nell’antologia
‘Narratori attraverso. 1988-2008. Vent’anni pubblicati bene'.



Il racconto puoi scaricarlo dai commenti

03/01/08

Intervista 1. Domande alla copertina

I quadri di Davide Bix Bignami, quelli della serie di cui fa parte la copertina di Bondville, mi ricordano delle fotografie di fatti recenti, accaduti in Cina, che sembrano i simboli odierni della resistenza del singolo contro il potere, del povero contro il ricco, dell’est contro l’ovest, del passato contro il futuro che incalza inesorabile.
Sono le cosiddette case-chiodo, “Dingzihu” (钉子户).
Anche i muri, i condomini, gli appartamenti con balcone di Bix stanno lì in mezzo al vuoto, emblema della solitudine umana, metafora del costrutto che innalza l'uomo al cielo ma lo separa irrimediabilmente dalla terra, dalla moltitudine dei suoi simili e dalle loro mediocri ambizioni.













-Ti considero un artista e un viaggiatore, ed è difficile, credo che lo sia anche per te, scegliere tra i due, scindere un’attività dall’altra. Ti faccio una domanda che hanno fatto, tra gli altri, anche a Kapuscinski: perché si viaggia?
-Si viaggia per una necessità, un’esigenza, la destinazione è ovviamente un pretesto, tutto quello che ci sta intorno, i dettagli del viaggio, la durata sono casuali ma il motivo è che si ha bisogno di andare, partire, essere in movimento, di trovarsi nella condizione di ‘non essere più nello stesso posto’.

-Per Kapuscinski si viaggia perchè si è costretti. ‘Sono convinto che l’uomo, per natura, è un essere sedentario, legato alla terra,’ diceva. Chatwin, invece, parla dell’orrore del domicilio..
-Non so se tutto si può considerare viaggio dal momento che ci si sposta. È chiaro, uno può fuggire la siccità, la guerra, partire con l’illusione di un’altra vita. In quel caso è un percorso disperato. Un viaggio, per me, è un lusso che uno si prende quando può. Di Chatwin ricordo che amava trovare la stessa irrequietezza in persone diverse, continenti, etnìe, età anagrafiche. Del neonato che piange, diceva che, se lo prendi in braccio e cammini per la stanza smette di piangere perché risponde a un’esigenza ancestrale di movimento. È una teoria affascinante che però non spiega perché molte genti non provano lo stesso impulso di viaggiare.
Io viaggio quando posso, nessuno mi obbliga, tranne una necessità… ‘misteriosa’.

-Perché dai tuoi viaggi non hai mai tratto nulla di concreto? Non c’è mai un progetto dietro, eppure io c’intravedo qualcosa, credo che questi quadri ed altri, quelli grandi a carboncino, ad esempio, non esisterebbero se tu non avessi viaggiato, soprattutto in Africa. Insomma, quando parti cosa vai cercando?
-Quello che so è che viaggiando mi pongo in una condizione diversa, mi espongo a una quantità di stimoli differenti, nuovi, che noto di più. Durante il viaggio si acuiscono alcuni sensi che nel quotidiano stanziale sono secondari o irrilevanti. Ad esempio, scopri di avere facoltà che avevi messo da parte come il senso dell’orientamento, la facilità a parlare le lingue straniere, la capacità di osservazione dei luoghi che ti serve per tornare in un posto che hai visto il giorno prima. È una situazione stimolante di per sé. A volte arrivare può anche essere deludente ma la condizione del viaggio è indipendente dalla meta finale, geografica.

-In molti dei tuoi quadri sembra quasi che tu scavi il vuoto intorno al soggetto. Il tuo appartamento di Brescia, in un dipinto, è diventato una palafitta! È il vuoto che ti porta a viaggiare o è dai tuoi viaggi che trai quel senso di vuoto? È una domanda da Marzullo, lo so, ma ormai l’ho fatta!
-Esiste un rapporto tra questi due vuoti, quello tra i dipinti e quello tra i luoghi, ma non ha una gerarchia. Le cose che ho disegnato e dipinto escono da una visione interiore, poi quando viaggio, guarda caso, vado a cercare dei luoghi deserti, vuoti, spaziosi per lo stesso motivo per cui ho fatto quei disegni. Non vado a vedere quei luoghi, poi torno a casa e me ne servo per creare gli scenari e le ambientazioni dei miei quadri anche se, a volte, noto un particolare architettonico, una certa luce che poi metto in quello che faccio ed è anche giusto viaggiare per esporsi a stimoli più freschi, ma le due cose sono due binari paralleli.

-Ricordo che una volta mi hai parlato di vertigini…
-Il mio discorso sulle vertigini era una riflessione sugli stati d’animo del viaggiatore in rapporto anche all’arte, cioè come l’arte va a rievocare certi stati d’animo. Il senso di vertigine è un fenomeno fisiologico, abbastanza naturale all’aperto, in montagna, ad esempio. È un fenomeno che al tempo stesso suscita attrazione e timore e che, a mio parere, è stato ben interpretato dagli scultori e architetti romanici e gotici che progettavano e costruivano delle cattedrali che richiamano molto le rupi e gli strapiombi, le forme aggettanti con sagome zoomorfe che si possono osservare in montagna e proprio in montagna, in questi luoghi di particolare suggestione, sovente, nella parte cristiana del globo, si trovano santelle, madonne, mazzi di fiori perché, evidentemente, tale suggestione è avvertita da tutti. In un periodo in cui la chiesa voleva glorificare sé stessa, porsi come tramite tra la divinità e l’uomo, incutere timore e gestire la soluzione ai problemi ponendosi come mediatrice, essa volle riproporre nelle città quei luoghi di suggestione e vertigine. Poi, facendo un salto abbastanza azzardato, passo al concetto di vertigine orizzontale che è quella che si prova negli spazi sconfinati, soprattutto quando non ci si è abituati. Quando uno si muove in ambienti dall’orizzonte limitato, appena si trova di fronte a un grande paesaggio o in un punto panoramico non può non provare una sensazione di stupore, di meraviglia e di suggestione. Questo tipo di impressione data dagli enormi spazi che uno può cercare viaggiando in zone desertiche, poco abitate e di ampie vedute è portata nelle città dalle arti, così come avveniva in epoca medievale con l’architettura. Arriva con il cinema e con le arti visive. Penso proprio alla galleria d’arte dove si vanno a vedere dipinti, fotografie, disegni che sfondano l’orizzonte che per noi, in città, è limitato a una decina di metri.
-Come hai collegato la tua idea di vertigine alla lettura di Bondville?
-L’ho collegato perché un giorno tu mi hai detto: perché non parliamo di vertigini che mi sembra un soggetto interessante!?! E io ho cominciato a ragionarci su…Scherzi a parte, poi ho scoperto che un collegamento c’è. L’avventura che tu racconti in Bondville ha, tutto sommato, uno spostamento geografico e temporale limitato. Vista dagli occhi di quattro ragazzini diversabili, invece, è un turbinio di cose, di eventi che non si capisce perché succedono, nè dove, nè come, nè quando succedono. Penso, ad esempio, a quando David Longari vaga su e giù per i gironi della città, sale le scale, entra in un giardino, fa degli incontri incredibili. Per lui è una situazione assolutamente avventurosa mentre per noi è uno spostamento limitato. E questo rutilare di emozioni e di avvenimenti dà un senso di smarrimento simile a quello provocato dalle vertigini. Nel succedersi confuso delle cose, nel perdersi e ritrovarsi dei bambini, trovo che ci sia un’analogia con le vertigini. Lo smarrimento non solo spaventa, attrae anche.

-Se non avessimo scelto un quadro che esisteva già, che cosa avresti disegnato per Bondville? Quale immagine del libro ha colpito maggiormente la tua immaginazione?
-Mi hanno colpito due descrizioni di luoghi. Una, alla prima uscita da Bondville, quando piove e ci sono gli omini del bosco che conducono i bambini nella grotta. Mi sembra di aver riconosciuto quel percorso e quel posto, mentre lo leggevo mi dicevo ‘io sono già stato qua’ e quindi sarebbe stato una forte ispirazione. L’altro passo, invece, è quando descrivi l’orizzonte che si apre sulle colline dell’Osario. La descrizione è abbastanza completa anche se non penso che avrei illustrato pari pari ciò che leggevo, avrei cercato piuttosto di catturare l’atmosfera, l’aria tersa del pomeriggio, la luce, la temperatura che c’era in quel luogo e avrei cercato di restituire le stesse sensazioni con un altro paesaggio.

-Alcuni lettori mi hanno detto una cosa giusta di David Longari, cioè che, a volte, non parla come un ragazzino ritardato, che sa quello che so io… Se devo paragonare il mio libro a quello di qualcun altro, (abbasso la modestia!) penso piuttosto a ‘La vita e la morte di Michael K.’ di Coetzee che a ‘Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte’ di Mark Haddon. Non era mia intenzione entrare nella testa di un bambino affetto da un ritardo mentale, volevo raccontare di un disagio più universale, di una diversità che appartiene a tutti. Alla presentazione del libro che abbiamo fatto insieme alle Librerie Feltrinelli, a Parma, anche tu hai detto qualcosa in proposito.
-Riguardo al linguaggio di David Longari, io penso che, quello di calcare solo all’inizio il modo di esprimersi di un bambino ritardato per poi, gradualmente e velocemente, passarlo a un linguaggio pur sempre molto personale e quindi identificabile col personaggio ma abbastanza sciolto da poter essere il narratore in prima persona di un romanzo, sia un espediente stilistico. Trovo che narrare una storia in cui il personaggio si esprime con fatica sarebbe stato difficile da scrivere e una grande fatica anche per chi lo avrebbe letto e non so se questi due sforzi sarebbero valsi a farci davvero entrare o perlomeno avvicinare alla psicologia di un bambino ritardato. Così, invece, le prime pagine ci servono da introduzione al suo modo di vedere le cose e ci permette poi di avviare un’intesa tra scrittrice e lettore per cui si sa che, da lì in avanti, si andrà via più lisci per poter raccontare la storia. Il punto di vista del bambino resta comunque credibile, a mio parere.

-C’è anche un percorso di crescita del personaggio che, durante il viaggio, prende maggiore coscienza di ciò che è e di ciò che gli sta intorno. Inoltre, dal mio punto di vista, dato che, ormai l’ho confessato: David Longari sono io, non è scontato che sia così ritardato, lo è ogni tanto. Diciamo che ha certe facoltà meno sviluppate di altre, come tutti, d’altronde..
-Forse una volta o due in tutto il libro, David da’ l’impressione di saperla troppo lunga, ma ci sta perché a volte i bambini si fissano su certi argomenti e certe cose vanno davvero ad approfondirle. Non ho mai trovato che le sue riflessioni stonassero, per me è semplicemente un espediente stilistico. A un certo punto lo stile si velocizza pur mantenendo un punto di vista chiaro. È uno stratagemma e io trovo che abbia funzionato molto bene.

-Che cosa significa fare arte ingenua?
-Quello dell’arte ingenua è un concetto molto personale, una provocazione. Tutti conosciamo la pittura naif, che significa letteralmente ‘ingenuo’ e chiamiamo naif quei pittori che, senza una formazione accademica, disegnavano come farebbe un bambino e di questa pittura ci piaceva soprattutto la freschezza, l’immediatezza. Oggi l’artista deve essere informato, veloce, arguto, scaltro, qualità che si allontanano molto dall’ingenuità, quindi, fare arte ingenua che però sia arte e non un’ingenuità, sarebbe anche un modo di colmare il divario tra chi fa arte e chi dovrebbe fruirla, visto che siamo in una condizione in cui dell’arte si fa benissimo a meno e visto che s’è creato un distacco, negli ultimi 40 anni, tra la società e l’arte, un distacco che è già stato raccontato benissimo, concettualizzato e chiamato ‘morte dell’arte’. L’arte ha perso il ruolo che aveva, ci sono tanti artisti ma l’arte riguarda pochissime persone al mondo, non tocca più la maggioranza della gente. In un simile contesto l’arte ingenua, in teoria, potrebbe interessare chi si sente intimorito o estraneo all’arte contemporanea. L’arte ingenua vorrebbe fare come uno che non sa, ed è un’idea abbastanza ambiziosa, me ne rendo conto. Lavorare come uno che non sa e che, pur non sapendo, arriva dritto al bersaglio. Quello che osservo nell’arte contemporanea è che ci si cita molto addosso. Si guarda quello che hanno fatto gli altri e lo si commenta, lo si amplia, lo si espande lo si rilavora, rimpasta, quindi per fare arte oggi è importante soprattutto sapere che cosa hanno fatto gli altri, a chi guardavano e, se si riflette su questa cosa, c’è la constatazione un po’ avvilente che, dagli anni 20, da quando Duchamp ha messo in atto la sua rivoluzione personale noi non stiamo facendo altro che rielaborare sul dadaismo e non è molto edificante. Si possono contraddistinguere le epoche storiche anche in base a momenti molto creativi, quando si guarda in avanti e si ha fiducia nelle proprie capacità che si alternano a periodi invece in cui si è conservativi, si cita. Oggi basta guardare il successo del restauro edilizio, del restauro del mobile, del ristorante con la cucina tipica come una volta er capire che tutto ciò vanno contro a quello che si faceva negli anni ‘50\’60 quando, il design, i mobili in formica soppiantavano quelli vecchi di legno massiccio . In questo momento, in questo movimento a pendolo, dunque, noi stiamo guardando indietro, tutto quello che facciamo come arte cita, si rifà, presuppone. Ecco il grande ostacolo per il fruitore: si presuppone che egli conosca una grande quantità di opere e di poetiche perché oltre ad averle viste deve averle capite queste opere e chi fa arte deve fare un lavoro brillante e arguto. Riuscire a fare la stessa cosa fingendo di non sapere tutto questo, quindi non citando, non lasciando trasparire ciò che si sa, equivale ad aver trovato un filone veramente nuovo. Il che è un obiettivo molto ambizioso da raggiungere.

-Ma secondo te è possibile fingere di non sapere?
-Sì, ma deve essere un’operazione convincente e intelligente. Pensiamo a Gauguin che, a cavallo tra 800 e 900, va in Polinesia e torna ‘primitivo’. Con la nostra mentalità, potremmo giudicare questa operazione un po’ troppo ingenua. Al suo tempo, invece, era un’operazione coraggiosa, coerente, che ha dato ottimi frutti. Se uno la ripetesse ora sarebbe davvero troppo ingenua e non convincerebbe nessuno. Ciò che ha fatto Gauguin è stato dipingere attraverso le suggestioni dei colori del luogo e la vita che conduceva cose diversissime da quelle che si stavano facendo in Europa, ed è stato, si, un esperimento ingenuo. Adesso andrebbe fatto in altri modi. Gauguin sapeva benissimo quello che stava succedendo in Europa, ma faceva finta di non sapere.

-Anche il cubismo parrebbe arte ingenua...
-Il cubismo si prefigge una figurazione ingenua delle cose per come si pone davanti a un modello, ma non c’è ingenuità nell’operazione intellettuale che fa nascere il cubismo, al contrario, è una furbata, un grande passo avanti. È l’esito formale ad essere ingenuo. Anche il collage è, di per sé, una tecnica ingenua, guarda caso la usano volentieri e con grande divertimento i bambini. Averla portata a livello dell’arte è stato un ottimo linguaggio.

-Fingere di non sapere sembra una rinuncia, sembra voler dire che più in là di così il discorso non può andare, s’arrotola su sé stesso, non serve. Interrompo la ricerca e parto da zero.
-C’è una certa frustrazione nel constatare che il lavoro procede per citazioni, ma non è vero che, all’interno di questo modo di lavorare non si possa andare avanti. Lo stanno facendo tutti. Fingere di non sapere sarebbe un’alternativa ma non l’unica alternativa, né sarebbe una scelta obbligata ma una scelta tra le altre. Un’alternativa al procedere per citazioni che è sempre stata a portata di mano è quella di attingere alle visioni interiori. Si può sintetizzare dicendo che un artista può essere cronista di quello che vede intorno a sé o di quello che vede dentro di sé. In entrambi i casi il suo è un filtro attraverso il quale le persone devono riconoscere esperienze che esse stesse vivono, altrimenti non funziona.

-È anche una ricerca di semplicità per essere più comprensibili? Esiste una tecnica più ingenua delle altre?
-Il collage lo è, per come si formano le immagini, molto istintive, immediate. La fotografia è ingenua quando è reportage, senza studio, senza preparazione. La foto istantanea è una tecnica ingenua.
Voler essere più comprensibile è una scelta pericolosa, se diventa il fulcro della tua ricerca rischi di non fare più arte, fai comunicazione o artigianato, a seconda dei risultati. Sarebbe molto bello risultare accessibile ma, a porselo come obiettivo si rischia di cadere nel didascalico. La ricerca di semplicità è stata portata ai massimi livelli nell’arte astratta e nel minimalismo che però non sono di così facile comprensione, per cui semplicità e accessibilità non vanno di pari passo.

-Ho l’impressione che nell’arte ingenua si lavora molto sul simbolico.
-Il collage ha delle figurazioni molto istintive, la fotografia casuale funziona quando riesce a catturare immagini che hanno una forte valenza simbolica. È il contrario dell’elaborazione completamente intellettuale dove, prima dell’immagine, creo una teoria, una spiegazione. Il simbolico è una cosa immediata ed è proprio per questo che coi simboli ci stanno lavorando una quantità di persone come i pubblicitari, i persuasori, e ciò rende difficile accostarsi ad un simbolo che non sia già inflazionato, rovinato, deviato, quindi è una strada non facile.

-Esiste una letteratura ingenua?
-Se esiste non lo so. Però potrei definire Bondville un esempio di letteratura ingenua perché ha come protagonista un bambino diversabile e l’idea di far vedere e raccontare il mondo dalla sua bocca è un’operazione ‘ingenua’.

-Ti viene in mente qualche altro libro ‘ingenuo’?
-Forse andrebbe ricercato nella letteratura per l’infanzia indirizzata agli adulti, tipo…Il piccolo principe…penso anche Calvino.



-Disegneresti una maglietta dal titolo:’Diversabilizziamoci’? Io immagino una Zozza che va a palla su una sedia a rotelle, con le trecce al vento, dietro di lei, a piedi, c’è una fila di ‘normaloni’, di ‘babbani’, come direbbe Harry Potter, che s’affannano a raggiungerla ma non ce la fanno, lei ride, è felice…
-La prenderei come una sfida. È un soggetto estremamente difficile. Bisogna evitare tutto ciò che è retorico, cinico, didascalico, scontato e cosa resta? Resta qualcosa di molto personale da dire sul fatto che la diversità è da valorizzare. Non si può neanche sostenere che diversamente abile è bello o è meglio perché, oggettivamente, il fatto di non poter camminare non è un vantaggio. È bello il fatto che una persona che non cammina può mettere a frutto, come gli altri, meglio di altri, altre facoltà anche legate al movimento, non necessariamente intellettuali. Gli sportivi diversabili sono un bell’esempio di questa volontà di dire, ’io faccio con quello che ho’ e posso guardare questi sportivi con lo stesso godimento con cui guardo gli sportivi normoabili. Punterei sulla soluzione umoristica del soggetto, qualcosa di simile a quello a cui alludevi tu, un paradosso. Poi, però, vorrei sapere che cosa ne pensano i diversabili, se si sentono lusingati, offesi oppure perplessi…


i quadri del post sono di Davide Bignami