11/11/07

BONDVILLE, IL LIBRO DELL'AMORE MANCATO

DI CLAUDIO BONATI, ASSESSORE ALLE POLITICHE SOCIALI DEL COMUNE DI LANGHIRANO

Freddy and Sammy, foto di Barbara Gussoni

Di solito, chissà perché, si pensa che l’estate sia un periodo per letture rilassanti, serene, allegre, roba da gossip e dintorni per intenderci.
A me invece la scorsa estate è capitato di inciampare in “Bondville”: un libro che proprio non fa parte della suddetta categoria, anzi è un libro che fa riflettere, fa pensare, ci costringe a guardarci dentro o meglio a guardarci davanti ad uno specchio: ma cosa volete di più da un libro?
Il grande pregio di questo libro sta proprio nel creare un mondo immaginario, che immaginario non è, nel rappresentare situazioni tanto assurde da sembrare irreali, che invece tutti noi, ma specie chi opera nel sociale, incontriamo tutti i giorni nelle nostre città, nelle nostre strade, nelle nostre case.
Durante la presentazione del libro, la scorsa estate a Langhirano nell’ambito del Festival del Prosciutto, ho detto tra l’altro che questo è un libro d’amore; una successiva e più calma e riflessiva rilettura mi ha confermato appieno nella mia prima impressione; forse si potrebbe aggiungere che per certi versi è il libro dell’amore mancato.
E’ mancato l’amore che il piccolo David vorrebbe dai suoi genitori , ma che non ha mai avuto, che non avrà mai! Il padre, uomo pieno di paure, che sogna il suo figlio ideale con ben altre fattezze, non sa accettare questo bimbo poconormale, lui voleva un figlio con il petto villoso e la mascella in fuori che diventasse quello che lui non ha avuto il coraggio di essere. La madre, apprensiva e piena di timori, senza personalità, non ha il grande coraggio di una vera madre, nasconde la testa nella sabbia e non sa ascoltare una muta richiesta di affetto.
E’ mancato l’amore che la società non ha saputo dare a David ed ai suoi amici, perché non ha saputo costruire una vera accoglienza nella città verticale per chi è diverso, per gli ultimi; si accorgono ipocritamente di loro solo quando li mandano in missione a cercare una salvezza che non esiste per una società già condannata. Proprio in questi giorni, con una nota di attualità, ho pensato a come sarebbe piaciuto questo libro a don Benzi, lui che nella sua vita ha incontrato tanti David.
E’ invece vero l’amore che questo bambino poconormale sa dare: quello verso il suo amico Gerry che lo picchia e lo umilia, ma che ha sempre bisogno di aiuto e sempre lo trova.
E’ amore quello per la Zozza, bimba sordo-cieca per la quale David diventa il vero cane-guida, prendendola per mano e portandola con se per le strade del mondo alla ricerca di un posto fantastico che non esiste, ma che se esistesse forse avrebbe un posto anche per loro. E’ bellissima la scena di David che non ne può più di trascinarsi dietro la Zozza, ma non la vuole abbandonare, e allora non trova di meglio che coricarla per terra e farla rotolare lungo un pendio erboso, tanto per tirare un po’ il fiato, almeno sino alla fine del declivio.
E quanto amore traspare dalla narrazione di David verso la sua città, che lo rifiuta, ma che lui gira da cima a fondo, girone per girone, per esplorarla, per conoscerla, per amarla; oppure verso i suoi genitori, ai quali chiede poco, solo l’attenzione e l’amore che gli avrebbe consentito di passare da poconornale a normale; e infine l’amore per la nonna forse l’unico vero personaggio umano, nel senso che è piena di umanità, della storia. Ho quasi il sospetto che questa bella idealizzata figura della nonna altro non sia che un dolce rimpianto della brava autrice.
Beh, non voglio mica scrivere un libro sul libro: solo queste note per dire quanti interessi e quante passioni abbia suscitato in me (e credo in chiunque lo legga) questo racconto: ma cosa volete di più da un libro?

IL RIDERE INDOLORE

DI GIULIA BARONI, AMICA, EDUCATRICE, DOTTORANDA

supernipota Ali, foto Barbara Gussoni

Bondville è un libro STRAORDINARIO sul tema dell'handicap. La diversità viene raccontata da bambini che di solito vengono etichettati come "scemi, ritardati, lenti e incapaci": viviamo la storia attraverso i loro occhi riuscendo così a capire i loro sentimenti e le loro emozioni.

Bondville FA RIDERE: chi si aspetta un libro strappalacrime su quanto sia dura la società per i poveri bambini disabili si sbaglia. Mentre leggevo Bondville ho riso sempre: le battute di spirito fatte, involantariamente, da questi bambini e le situazioni surreali in cui si trovano, sono infatti davvero divertenti. Questa leggerezza della narrazione è però anche un modo "indolore" per farci capire con quali e quanti problemi le persone "diverse" devono combattere quotidianamente.

Barbara Gussoni è una persona ADORABILE: di mestiere fa l'educatrice di bambini disabili e quindi quello che scrive trae spunto dalla sua esperienza anche se poi è rielaborato dalla sua fervida fantasia.

ACCOMPAGNARE CON CURA

ANDREINA VENTRESCA, COORDINATRICE DEI SERVIZI TERRITORIALI DI PARMA, PARLA DI BONDVILLE E DEL NOSTRO LAVORO

Yaoundé, Cameroun, foto di Barbara Gussoni

'È SBAGLIATO SCRIVERE DI QUALCUNO SENZA AVERNE CONDIVISO ALMENO UN PO’ LA VITA…'
RYSZARD KAPUSCINSKI

Il nostro è un lavoro di “confini”: confini che si incontrano, si intrecciano, si abbattono, si sfilacciano e formano altri confini.
Come il confine tra normale e handicappato che poi è diventato tra abile e disabile e poi ancora tra diversamenteabile e…
Come il confine tra il benessere e il malessere di Gianni che sta nella possibilità di partecipare alla gita di classe insieme ai suoi compagni ma le ore per l’educatore non sono previste in bilancio, quindi Gianni sta a casa.
Come il confine tra “il Pubblico” e “il Privato” (con le lettere maiuscole) che alle famiglie dei ragazzini disabili non interessa affatto, ma che tanto interessa a chi deve lavorare con i ragazzini e le loro famiglie.
Come il confine tra “il privato” ed “il pubblico” (questa volta con le lettere minuscole) che tanto interessa alle famiglie dei ragazzini disabili, perchè, per il solo fatto di essere mamma e papà di un bimbo disabile, sembra che la sfera dell’intimità famigliare sia da azzerare completamente a vantaggio di un vita vissuta 24 ore al giorno sulla bocca di tutti : parenti,amici, conoscenti, vicini di casa, commessi del supermercato, medici, professionisti, insegnanti,tecnici, educatori, assistenti….. ma io la porta di casa mia quando riesco a chiuderla?
Come il confine tra comunicazione e silenzio nel mondo di Jessika, bambina autistica; e di Marco, adolescente con una tetraparesi spastica; e di Anna, che non vede, non parla, non cammina, non mangia da sola, non riesce nemmeno a stare seduta, ma urla durante tutto il suo tempo di veglia….

Interessante questa cosa dei “confini”: mi avvicino, cerco di conoscere, mi sforzo di capire perché proprio lì c’è una linea che separa, guardo cosa c’è di là, offro fiducia e ne chiedo in cambio, mi impegno a sgretolare questo muro, anche di là qualcuno si impegna e un passo insieme è stato fatto, un confine è stato abbattuto. Semplice, no? Chissà mai perché nel campo della disabilità questo percorso non è quasi mai così lineare, è un percorso ad ostacoli, dove i muri sono massicci e sembrano invalicabili, dove la paura e l’ignoranza sono armi contro le quali la pazienza e la competenza non sempre riescono ad avere la meglio, dove “lavorare tutti insieme per il benessere del bambino” lo diciamo tutti insieme, e ci crediamo tutti molto, ma ognuno lo riempie di significati diversi, quindi le azioni pensate e svolte raramente portano al medesimo obiettivo…
Per noi educatori (ma a chi è riservato questo delicato e fondamentale compito?) l’obiettivo non è risolvere il problema… di quale problema si tratta? La disabilità di Franco è un problema? O il fatto che la sua famiglia non ha ancora accettato la nascita di un figlio “poco-normale?” Oppure le difficoltà nella gestione del quotidiano di Franco sono un problema? O i soldi che mancano sempre per ogni attività proposta? O la lentezza con la quale i Servizi rispondono alle esigenze? Tutto questo ora appartiene alla vita di Franco e della sua famiglia. Dal momento in cui Franco è nato, la scenografia della famiglia di Franco ha cambiato completamente sfondo, colori, immagini e situazioni…. Sono cambiati “i problemi” di riferimento, quelli quotidiani, quelli che ogni famiglia si trova ad affrontare. In questo panorama, su questo palcoscenico, obiettivo dell’educatore sarà accompagnare con cura Franco e la sua famiglia durante un pezzetto di vita, più o meno breve, senza la pretesa di avere le chiavi in tasca per aprire tutte le porte e abbattere tutti i muri, senza l’arroganza del “so io come si fa ad accudire tuo figlio” e del “se vivesse a casa mia sarebbe molto più sereno”, senza la superficialità di credere che sia facile essere d’aiuto e sia facile accogliere l’aiuto proposto.
Sempre di confini stiamo parlando: tra chi è disposto a elaborare pensieri e azioni a favore di una società più accogliente e più attenta alla persona e chi crede che il proprio lavoro si esaurisca nel fare delle attività con i disabili.
Grazie Barbara, grazie alla tua città di confine.

Yaoundé, Cameroun, foto di Barbara Gussoni