
Freddy and Sammy, foto di Barbara Gussoni Di solito, chissà perché, si pensa che l’estate sia un periodo per letture rilassanti, serene, allegre, roba da gossip e dintorni per intenderci.
A me invece la scorsa estate è capitato di inciampare in “Bondville”: un libro che proprio non fa parte della suddetta categoria, anzi è un libro che fa riflettere, fa pensare, ci costringe a guardarci dentro o meglio a guardarci davanti ad uno specchio: ma cosa volete di più da un libro?
Il grande pregio di questo libro sta proprio nel creare un mondo immaginario, che immaginario non è, nel rappresentare situazioni tanto assurde da sembrare irreali, che invece tutti noi, ma specie chi opera nel sociale, incontriamo tutti i giorni nelle nostre città, nelle nostre strade, nelle nostre case.
Durante la presentazione del libro, la scorsa estate a Langhirano nell’ambito del Festival del Prosciutto, ho detto tra l’altro che questo è un libro d’amore; una successiva e più calma e riflessiva rilettura mi ha confermato appieno nella mia prima impressione; forse si potrebbe aggiungere che per certi versi è il libro dell’amore mancato.
E’ mancato l’amore che il piccolo David vorrebbe dai suoi genitori , ma che non ha mai avuto, che non avrà mai! Il padre, uomo pieno di paure, che sogna il suo figlio ideale con ben altre fattezze, non sa accettare questo bimbo poconormale, lui voleva un figlio con il petto villoso e la mascella in fuori che diventasse quello che lui non ha avuto il coraggio di essere. La madre, apprensiva e piena di timori, senza personalità, non ha il grande coraggio di una vera madre, nasconde la testa nella sabbia e non sa ascoltare una muta richiesta di affetto.
E’ mancato l’amore che la società non ha saputo dare a David ed ai suoi amici, perché non ha saputo costruire una vera accoglienza nella città verticale per chi è diverso, per gli ultimi; si accorgono ipocritamente di loro solo quando li mandano in missione a cercare una salvezza che non esiste per una società già condannata. Proprio in questi giorni, con una nota di attualità, ho pensato a come sarebbe piaciuto questo libro a don Benzi, lui che nella sua vita ha incontrato tanti David.
E’ invece vero l’amore che questo bambino poconormale sa dare: quello verso il suo amico Gerry che lo picchia e lo umilia, ma che ha sempre bisogno di aiuto e sempre lo trova.
E’ amore quello per la Zozza, bimba sordo-cieca per la quale David diventa il vero cane-guida, prendendola per mano e portandola con se per le strade del mondo alla ricerca di un posto fantastico che non esiste, ma che se esistesse forse avrebbe un posto anche per loro. E’ bellissima la scena di David che non ne può più di trascinarsi dietro la Zozza, ma non la vuole abbandonare, e allora non trova di meglio che coricarla per terra e farla rotolare lungo un pendio erboso, tanto per tirare un po’ il fiato, almeno sino alla fine del declivio.
E quanto amore traspare dalla narrazione di David verso la sua città, che lo rifiuta, ma che lui gira da cima a fondo, girone per girone, per esplorarla, per conoscerla, per amarla; oppure verso i suoi genitori, ai quali chiede poco, solo l’attenzione e l’amore che gli avrebbe consentito di passare da poconornale a normale; e infine l’amore per la nonna forse l’unico vero personaggio umano, nel senso che è piena di umanità, della storia. Ho quasi il sospetto che questa bella idealizzata figura della nonna altro non sia che un dolce rimpianto della brava autrice.
Beh, non voglio mica scrivere un libro sul libro: solo queste note per dire quanti interessi e quante passioni abbia suscitato in me (e credo in chiunque lo legga) questo racconto: ma cosa volete di più da un libro?


