Yaoundé, Cameroun, foto di Barbara Gussoni'È SBAGLIATO SCRIVERE DI QUALCUNO SENZA AVERNE CONDIVISO ALMENO UN PO’ LA VITA…'
RYSZARD KAPUSCINSKI
Il nostro è un lavoro di “confini”: confini che si incontrano, si intrecciano, si abbattono, si sfilacciano e formano altri confini.
Come il confine tra normale e handicappato che poi è diventato tra abile e disabile e poi ancora tra diversamenteabile e…
Come il confine tra il benessere e il malessere di Gianni che sta nella possibilità di partecipare alla gita di classe insieme ai suoi compagni ma le ore per l’educatore non sono previste in bilancio, quindi Gianni sta a casa.
Come il confine tra “il Pubblico” e “il Privato” (con le lettere maiuscole) che alle famiglie dei ragazzini disabili non interessa affatto, ma che tanto interessa a chi deve lavorare con i ragazzini e le loro famiglie.
Come il confine tra “il privato” ed “il pubblico” (questa volta con le lettere minuscole) che tanto interessa alle famiglie dei ragazzini disabili, perchè, per il solo fatto di essere mamma e papà di un bimbo disabile, sembra che la sfera dell’intimità famigliare sia da azzerare completamente a vantaggio di un vita vissuta 24 ore al giorno sulla bocca di tutti : parenti,amici, conoscenti, vicini di casa, commessi del supermercato, medici, professionisti, insegnanti,tecnici, educatori, assistenti….. ma io la porta di casa mia quando riesco a chiuderla?
Come il confine tra comunicazione e silenzio nel mondo di Jessika, bambina autistica; e di Marco, adolescente con una tetraparesi spastica; e di Anna, che non vede, non parla, non cammina, non mangia da sola, non riesce nemmeno a stare seduta, ma urla durante tutto il suo tempo di veglia….
Interessante questa cosa dei “confini”: mi avvicino, cerco di conoscere, mi sforzo di capire perché proprio lì c’è una linea che separa, guardo cosa c’è di là, offro fiducia e ne chiedo in cambio, mi impegno a sgretolare questo muro, anche di là qualcuno si impegna e un passo insieme è stato fatto, un confine è stato abbattuto. Semplice, no? Chissà mai perché nel campo della disabilità questo percorso non è quasi mai così lineare, è un percorso ad ostacoli, dove i muri sono massicci e sembrano invalicabili, dove la paura e l’ignoranza sono armi contro le quali la pazienza e la competenza non sempre riescono ad avere la meglio, dove “lavorare tutti insieme per il benessere del bambino” lo diciamo tutti insieme, e ci crediamo tutti molto, ma ognuno lo riempie di significati diversi, quindi le azioni pensate e svolte raramente portano al medesimo obiettivo…
Per noi educatori (ma a chi è riservato questo delicato e fondamentale compito?) l’obiettivo non è risolvere il problema… di quale problema si tratta? La disabilità di Franco è un problema? O il fatto che la sua famiglia non ha ancora accettato la nascita di un figlio “poco-normale?” Oppure le difficoltà nella gestione del quotidiano di Franco sono un problema? O i soldi che mancano sempre per ogni attività proposta? O la lentezza con la quale i Servizi rispondono alle esigenze? Tutto questo ora appartiene alla vita di Franco e della sua famiglia. Dal momento in cui Franco è nato, la scenografia della famiglia di Franco ha cambiato completamente sfondo, colori, immagini e situazioni…. Sono cambiati “i problemi” di riferimento, quelli quotidiani, quelli che ogni famiglia si trova ad affrontare. In questo panorama, su questo palcoscenico, obiettivo dell’educatore sarà accompagnare con cura Franco e la sua famiglia durante un pezzetto di vita, più o meno breve, senza la pretesa di avere le chiavi in tasca per aprire tutte le porte e abbattere tutti i muri, senza l’arroganza del “so io come si fa ad accudire tuo figlio” e del “se vivesse a casa mia sarebbe molto più sereno”, senza la superficialità di credere che sia facile essere d’aiuto e sia facile accogliere l’aiuto proposto.
Sempre di confini stiamo parlando: tra chi è disposto a elaborare pensieri e azioni a favore di una società più accogliente e più attenta alla persona e chi crede che il proprio lavoro si esaurisca nel fare delle attività con i disabili.
Grazie Barbara, grazie alla tua città di confine.
Yaoundé, Cameroun, foto di Barbara Gussoni
4 commenti:
è bellissimo. mi è piaciuto che tu abbia dato un nome a questi bambini e bambine per dar loro una vita, una identità, una 'diversità positiva' perchè sono uno diverso dall'altra ma troppo spesso diventano solo 'loro' rispetto a 'noi'. ma loro chi? noi chi? come tu giustamente sottolinei i confini non aiutano a definirci, separano soltanto, a volte brutalmente.
devo dire che sono sempre molto affezionata al lavoro domiciliare che abbiamo fatto insieme e mi è piaciuto che tu abbia parlato anche della fatica delle famiglie, del dolore, delle difficoltà, perchè credo che il contributo più importante si dia proprio entrando, in punta di piedi, nelle case di questi bambini e bambine ed è stato dando un appoggio alle famiglie che io mi sono sentita più 'utile' e più 'consapevole' di quel che facevo, di quel che volevo e che potevo fare.
'Accompagnare con cura' mi sembra che potrebbe essere il titolo del tuo intervento e, anche se Kapuscinski era un reporter e apparentemente non c'entra niente con quello che facciamo noi e con Bondville che è un romanzo di fantasia, io mi sento legatissima al suo modo di incontrare e raccontare 'l'altro'
Gli educatori Equlibristi e "Nati due volte".
Ho letto con grande piacere e con un pò di commozione, l'intervento di Andreina.
Il confine è infatti il territorio degli educatori. Il loro compito è di stare in mezzo tra la terra dei "diversamente" e degli "abili".
L'equilibrio non è facile. Spesso ci si sente onnipotenti o incapaci. Bravi o inetti. Utili o inutili. E soprattutto a volte ci sembra di non avere mai risposte adeguate a troppe domande.
Forse la cosa che ci dà molta forza, alla fine, è sapere che siamo capaci di essere degli equilibristi. Di saper stare sia di qua che di là, pur con scivoloni e cadute.
Trovo che il libro "Nati due volte" di Pontiggia, sia un testo importante (oltre a quello di Barbara, of course...)per ogni educatore.
Vengono espressi, da punti di vista diversi, molte situazioni che noi viviamo nel nostro lavoro: il bambino diversamente abile, la madre distrutta dal dolore; il riassetto della famiglia; le difficoltà scolastiche e sociali...
Imperdibile anche il film "Le chiavi di casa" di Gianni Amelio, che altro non è che la trasposizione filimica del libro.
Senza melodrammi e falsi sentimentalismi, ma con incredibile abilità, Amelio riesce a descrivere in 2 ore i maggiori problemi della diversa abilità. Imperdibile.
Giulia
È molto importante, per me, lavorare insieme a persone consapevoli dell’importanza che il nostro umile lavoro “domiciliare” riveste per le famiglie e per la società (…un altro mondo è possibile!…): io ci credo molto nel nostro lavoro, non è e non deve essere sentito come la dura gavetta per uno psicologo in formazione, oppure l’ultima spiaggia per un educatore fallito… e purtroppo (nonostante i miei sforzi!) da molti è percepito così…. Figurati che bell’inguacchio! Grazie a te per la forza che sai comunicare e per la voglia di migliorarla davvero questa nostra società! Andreina
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